sabato 24 dicembre 2011

La prima neve di un anno che sta per finire

      Forse questa neve non vi farà particolarmente sorridere, o forse vi renderà semplicemente difficile, svolgere le ultime pazze commissioni, prima del mega pranzo natalizio.
Eppure tra i palazzi grigi della periferia, si accendono le strade di un'atmosfera, sommessa e raccolta.
Sotto le luci dei lampioni giallo ocra, un turbinio di fiocchi spumosi, inscenano la loro danza circolare, creano vortici di candida forma e si posano frettolosi, sui nasi dei pochi che, lasciati da parte i pensieri più urgenti, hanno deciso di fermarsi ad ascoltare.
Il traffico e i suoi rumori, diventano vaghi , come un eco a mille chilometri di distanza e solo così il cuore, viene investito dal vero senso del Natale.
      Nel silenzio, passeggia anche un bambino arrivato da poco in città, divertito dallo strano avvenimento. La caduta di buffe palline bagnate dal cielo, lo elettrizza e un pò lo spaventa.
Dopo qualche passo, sente la cuffia inumidirsi e corre al riparo, sotto ad portico, nelle vicinanze della chiesa più bella della città.
La pianta circolare della pizza in mattoni rossi, si riempe poco alla volta, ombrelli e cappelli, guanti e cappotti pesanti, qualche cane libero e tanti bambini come lui, si rincorrono, giocando e divertendosi.
Fermo, abbracciato ad una colonna, osserva con occhi di stupore, tanta serenità.
Tutto appare perfetto, immobile e velocissimo, ma così bello; sopraffatto da tanto desiderio, decide di buttarsi nel centro della piazza e insieme agli altri, giocare a questo gioco che non conosce.
      Nella corsa, tra i sorrisi , si ricorda della terra rossa come quei mattoni che calpesta, di un villaggio assolato e pieno di bambini e cani che corrono liberi, dove tra i tanti volti, scorge anche quello del suo migliore amico.
Il bambino, adesso non ha più paura, nessun luogo è mai stato così lontano e vicino allo stesso tempo, solo per un giorno si sente lo stesso.
I rumori assordanti non ci sono più, solo la terra parla e fa rumore, l'uomo come il bambino , ne fa di nuovo parte, come in una tregua rispettosa.
      Il cerchio si stringe, in un labirinto di mani e odori, si balla insieme, tutti con il naso all'insù, con i fiocchi bianchi che pizzicano il naso e colorano di rosso le guance.
Il bambino sa di essere in un luogo giusto, quel cielo piatto gli ha restituito la sua casa, nessuna differenza, solo tanti nuovi amici e la voglia di non avere più paura.

       Ora, riapro gli occhi e davanti a me, il bianco che appesantisce i tetti dell città mi fa sorridere, allo stesso modo cerco di costruire quel cerchio che unisce, avvicina e scalda.
Per raggiungere la mano del vicino, basta solo allungarla con maggior slancio.
Buon Natale



giovedì 27 ottobre 2011

Ma le donne sopravvivono?

Non é domenica é semplicemente un normalissimo giorno, banale come la maglietta che ti ha regalo tua madre la scorsa estate. Sei appena rientrata dalla routine dell'abitacolo motorizzato che ormai vivi come un monolocale, cibo, valigia sempre a portata di mano, la tua intimità. Apri la porta di casa quella vera, poi la vedi é fissa in angolo e ti guarda:

poltrona in caldo velluto rubino, pesante e armoniosa nei lineamenti, affonderei volentieri tra i suoi fianchi, cercando riparo da tutta questa luce che fanno i lampioni sotto la finestra.
Stanca, cerco di ricordare.
Cosa ho fatto ieri sera?

Perché sono così demolita? A Piccoli pezzi tento di far resuscitare le articolazioni..

Poi ricordo che non c’è nessun mojito party nel mio trascorso notturno, eppure sono qui che non riesco nemmeno a tenere gli occhi aperti con le cannucce.

Ricordo solo che ho incontrato delle amiche, scampolo di una socialità che ancora resiste alla vita di perenne precaria e pendolare amorosa.

Ricordo solo che abbiamo parlato di un mondo sotterraneo per una come me che poi di community web , open surce e applications i-phone, non ne sa molto.

Sento questa marea informatica che mi accalappia e mi costringe a far rete, a curiosare tra i blog di altri e altre, a impegnarmi per il mio, aperto da due anni ma su cui rimando sempre di scrivere.

Ci penso anche di notte e forse per quello che poi dormo così così, e visto il momento difficile con un lavoro sempre fermo alla porta, quella degli altri però, non la mia e un via e vai costante di idee che campeggiamo nel mio cervello anche per pochissimi istanti, mi sento spossata e in serio bisogno di recupero energie.

Su questa esigenza si sviluppano i miei due ultimi week and del mese, all’insegna del mondo donna e nuove tecnologie.

Dopo il workshop gratuito alle Minganti delle mitiche GGD http://wwwgirlgeekdinnersbologna.com/, si spalanca un vortice comunicativo e sentiamo il bisogno di monetizzare la nostra vena creativa.

Sul palco, delle donne normali e qui tiro un sospiro di sollievo, mamme e impiegate, ma anche donne che strizzano l’occhio al video e al montaggio, questo il caso di Silvia Storelli http://silviastorelli.it/, che fa un ottimo lavoro di giornalismo sociale e racconto attraverso lo storytelling, poi le mamme felici http://www.mammafelice.it/

http://machedavvero.blogspot.com/

Poi non vorrei fare un elenco di nomi, cose e animali..uhhh! il gioco che facevo alle scuole medie con le amiche!

Ma di fatto bisogna darsi una mossa, free lance for love.Queste donne hanno proprio un sacco di idee...

lunedì 17 ottobre 2011

Teatro: per una stagione in secca, ingressi gratuiti




Domenica, vagabondaggi di pianura...

Non tutte le lotte che si combattono in questo periodo nel nostro paese, hanno l'odore della polvere da sparo. Ne sono un esempio, il collettivo di giovani, Teatro Sociale Gualtieri, nato per far brillare nuovamente un vecchio teatro di provincia che con molti sforzi é riuscito a mettere in  scena spettacoli a costo 0.
Siamo a Gualtieri, 20 km circa da Reggio Emilia, a pochi passi dal Po', fiume che nel 1951 straripò, inondando la prima balconata del teatro, soffocando le stanche sofferenze di un luogo, destinato ormai al declino  e all'abbandono del pubblico.
Persi gli smalti e la pompa del passato ottocentesco, il teatro storico di Gualtieri si era visto chiudere sul finire degli anni “70, dopo un continuo alternarsi di cantieri incompiuti.
Poi l'incontro nel 2006 tra il teatro e sei giovani studenti, amanti delle arti in prosa. Appena ne varcano l'ingresso se ne innamorano, manca il palcoscenico, ma é proprio questo che incoraggia i giovani a lavorare al suo interno per renderne gli spazi innovativi e flessibili. Senza credere in un restauro totale, ma più orientati alla possibilità di rendere funzionali gli spazi, iniziano i primi lavori in accordo con l'amministrazione comunale che acconsente “all'occupazione pacifica” dei locali e lascia lavorare i ragazzi nei fine settimana, anche fino a notte fonda.
Il 27 luglio 2006, sarà la volta del grande evento pubblico di apertura del teatro. Il collettivo inscenerà un'asta pubblica che ne sancirà la vendita, incuriosendo l'opinione pubblica. In risposta trecento cittadini di Gualtieri, si raduneranno nella piazza, per dire no alla vendita.
Con questo atto i giovani riescono a far rivivere le viscere polverose della gigantesca macchina dei sogni, le porte del teatro si spalancano, il pubblico fluisce al suo interno e simbolicamente libera le arti, rimaste da troppi anni intrappolate. Da li fino ad oggi, saranno solo salite per continuare nella messa in opera di una cartellone bellissimo che conta numerosi nomi, come quello di Giancarlo Illari. La rassegna “Teatro in Rada” si concluderà alla fine di questo mese, gli ingressi tutti gratuiti, daranno spazio a letture di testi, accompagnate da musiche dal vivo e da numerose altre sorprese.
Per info,  HYPERLINK "http://www.teatrosocialegualtieri.it/"www.teatrosocialegualtieri.it

venerdì 26 agosto 2011

Se perdo, non mi importa

Le strade a volte sono percorsi ad ostacoli, barriere, che oscurano l'orizzonte, muri metallici che invitano a fare marcia indietro. Le strade sono una diversa dall'altra, sono facili come le scorciatoie, sono più brevi e meno dolorose, sono povere e piene di buchi, sono dolci come quelle del ritorno verso i luoghi dell'infanzia.
Sono le stesse identiche strade che si incontrano, in tutto il Mondo, davanti ad i nostri occhi, come pellicole srotolate, all'angolo di un bar in piena Medina a Fez, oppure sono quelle sporche e ovattate come a Palermo, dove se guardi bene, trovi la vita stesa ai fili della luce.
Mi fanno paura le strade.
Incidono profondamente sull'andamento di un viaggio, di un percorso, di un pezzo di vita e per questo bisogna osservarle per bene.
Saperle leggere, ascoltare con l'orecchio teso, annusare e coglierne gli efrori aspri di cibo e spazzatura, rovistando nella mente a cosa e dove ci riportano i loro richiami.
Come possaimo sfuggire a questa debole mente che condiziona, la percezione di un luogo in base alla strada, che nuda, direziona il nostro cammino? Come allontanare ogni sospetto e curiosamente lasciarsi vivere da angoli e strettoie, tra tetti e squrci di cielo assolato?
Il controllo non è contemplato, l'abbandono sa quando manifestarsi e per questo ci affidiamo alle nostre primordiali sensazioni.
Il gioco è quello del ricordo e dell'esperienza passata, del rivivere con stentata chiarezza una sensazione.
Mi capita spesso, e so che di questo devo fidarmi, con il profondo rispetto.
Bussola tra le onde buie, che guida ogni passo, anche quando la vista sembra sgombra e l'aria ferma, ma laggiù dietro l'angolo sbattono i flutti di tempesta.
Cercando di misurare la distanza tra voi e il pericolo, tra un affrontare e un rimandare, la partita va giocata e a volte anche persa.
Per il semplice fatto che forse laggiù dietro quell'angolo, non esste niente; é solo la fantasia, o sono quelle favole che ci fanno sorridere se le racconta qualcunaltro.Però mi chiedo, se fosse la vostra questa storia, avreste lo stesso voglia di sorridere?
Mentre sventolano i panni freschi di bucato e l'aria é densa di afa d'agosto cittadino, perdo la vista tra i disegni a mottonelle in pietra che, anche oggi delimitano il mio camminare e danno una forma a questo muoversi globale, dove ogni essere usa e abusa e ad altri, non resta che osservare.

sabato 23 luglio 2011

Silenziosa lentezza

Eppure lo sapevo. Tornando sulla strada di casa, lasciando dietro di me un dolcissimo paesaggio collinare, verde luce, camminavo lenta. Come lenti e regolari erano i respiri, che passo dopo passo, mi stritolano le budella dello stomaco.
Gorgogliava la mia pancia e sapevo che quando dialogava con la parte superiore del mio corpo in questo modo, allora il cambiamento era vicino.
Mi aspettava sulla porta di casa, con le braccia lungo i fianchi e la testa un pò inclinata sul lato; cercando con gli occhi di vedere al di là del muro che sbarrava, feroce, la vista sul mare.
Velluto blu oceano, con le squame di luce e i brilli del sole riflessi sulla superfice morbida. Così me la ricordo, la brezza sottile le arruffava i capelli lattiginosi, a volte sorrideva.
Eppure mi incantava. Attenta nel sollevare poca polvere, camminava in cerchio tra il terrazzo e la cucina, come un randagio che cerca un riparo dove accucciarsi, timorosa nei gesti, misurata nell'affetto, seria.
Poi successe qualcosa che splendida la trasformò. Tra i giochi di luce delle tappezzeria a fiori, le sfuggì un sorriso, quasi una burla alla sua fierezza, un guizzo di follia le colorò gli occhi appannati e poi da li un dolce percorso la cullò fino alla porta segreta della vita. Laggiù in fondo, dove finalmente si riesce, con gesti pesanti della mano, a chiudere il cerchio imperfetto che rende unico l'essere umano. Oggi ti penso, a come ti ho salutato due mesi fa, alla tua bocca, che non riusciva a stare ferma un minuto, per il troppo ridere, al rumore delle cartine in plastica delle caramelle, che precedevano il tuo piede affaciarsi sulla soglia della mia stanza. Alla curva morbida e rossa del maglione in lana che ti abbracciava fedele, ai tuoi occhi oceano, che tornavano fanciulli a correre nei prati di montagna.
Nessun luogo é lontano, questo lo so, ma ti aspetto tornare dal tuo viaggio. Quello della vita, che ora ti vuole vulnerabile e stanca ma che ti abbraccia forte come un respiro profondo, che profuma di violette e lavanda. Spogliati da questi abiti che ormai non ti servono, abbandona questo vivere stanco, con quegli occhi che parlano confusamente, con quel cuore che ancora ti sussurra. Camminavi al mio fianco e sapevi che sarebbe arrivato il giorno del saluto. Silenziosa lentezza nel tuo avanzare, tra i miei pensieri e tra questo spettacolo di giornata che mi fa emozionare. Ti abbraccio nella memoria e non so come sia vedere dall'altra parte del muro, ma sicuramente ora l'oceano lo vedi con occhi limpidi.



martedì 21 giugno 2011

Mar del Plata, con l'oceano e la pioggia

Eccomi quasi arrivata alla fine di questo viaggio, manca poco, sette e insignificanti giorni che mi separano dalla data del ritorno. Ma le ore scorrono lente.
Quanto tempo che vivi e ti accorgi di stare vivendo.
Molto spesso nel quotidiano perdiamo questa percezione, ci sia annulla alla ricerca di un qualcosa, che poi in fondo non esiste.
Dove stiamo cercando di andare, quale sarà il prossimo obbiettivo?


Credo molto, ora più che mai, del bisogno di una meta.
Spingersi sempre verso una direzione ma con criterio.
Muoversi verso e incontro al cambiamento.
Venedì notte sono arrivata a Mar del Plata, grande città a 800 km a sud di la Plata, lungo la costa, abbracciata dall'oceano. Soffia forte il vento, tra mulinelli di sabbia e spiragli di sole al'orizzonte.
Sono venuta a salutare Cecilia, amica conosciuta in Italia, per tre giorni vengo a riposarmi dalla città e dall'inquinamento. Mar del Plata assomiglia a Rimini in inverno, una sottile tristezza pervade le strade semi deserte, se fa copolino il sole, la sabbia sbrilluccica, ma il mare fa abbastanza schifo, torbido e pesante come sa fare solo l'oceano.
La Fiat Uno rosso fiamma di Cecilia ci accompagna nella nostra visita della città balneare, scatto foto dalla macchina con la solita fobia del turista che ormai mi ha contagiato.
I gignteschi cavalloni che preannunciano burrasca, bagnano l'asfalto e raggiungono le ruote del nostro mezzo, il mare si ribella e noi ci spingiamo sempre di più verso il porto cittadino.
Che giorno migliore per visitare un luogo così...direi desolato..-
Profumo di frittura di pesce e puzzo di cane bagnato, si mescolano nel grande meccanisco terreno che rende il mare e la vita di chi lo vive, così reale e forte. Le lancie arancioni, (le barche dei pescatori), ondeggiano regolari nella baia mentre un piccolo uomo meticcio suona la fisarmonica dolcemente, cullando tutti questi strani pensieri che mi vengono ogni volta che avvicino il mio orecchio alle onde.


Poi finalmemte anche io vivo il mio momento Nacional Geographic!
L'incontro con los lobos marinos, mentre fanno il riposino al sole tiepido è l'incontro dell'uomo con la natura e la sua dolcezza....
Diciamoci la verità, sono abbastanza grassi e puzzolenti, la routine quotidiana dei leoni marini in questione, è variata solo da qualche combattimento, o a scopo territoriale, o per la femmina di turno.
Scopro un animale completamente differente appena tocca l'acqua.
Si trasforma in una sirena un pò sformata, ma molto divertente..
Mi mostrano con orgoglio occhietti neri e i baffoni, per poi inabissarsi, lasciandomi stupefatta della agilità che queste strane creature dalle sembianze preistoriche (cioè a me fanno questo effetto), riescono ad avere all'interno del fluido marino.
Sulla strada del ritorno, gurado con nuovi occhi tutto ciò che mi circonda.
Quelle opulenti creature mi hanno ispirato, lentamente si può raggiunge la natura e la condizione di vita ottimale, basta ascoltare il movimento del mondo che ci circonda.
Non so se sia possibile avvircinarsi, ma bisogna sempre tendere alla natura che fa di ognuno di noi un essere unico.


L'ultimo incontro della giornata è con Manuelina, la tartaruga della nonna di Cecilia che quasi morta si mostra hai miei occhi nel garage di casa.
Impietrisco pensando sia priva di vita, ma ovviamente riposa nel suo lungo letargo invernale.
Una tartaruga, lentezza, fedeltà, simbolo di pazienza....bah...questo week and all'insegna di animal planet mi ha fatto proprio bene, riposata e naturalizzata, ritorno alla città e al lavoro.
Manca poco e tante cose ancora possono succedere.
Senza stancarmi di stupirmi e senza sentirmi mai scontata, questo è il viaggio, quante vibrazioni.



lunedì 13 giugno 2011


Eccomi arrivata ad una strana visione del viaggio.
Percepisco le mie azioni con una tale chiarezza che non mi sento in nessun luogo specifico come in tutti.
Ieri arrivare a Puerto Madero, B.A., è stato molto emozionante, il silenzio e l'immobilità dei giganti in cemento e vetro, mi ha commosso, abituata tutto il giorno al rumore, desideravo il silenzio.
Trovarlo inaspettatamente in quella che è la parte più moderna e innovativa di tutta Baires, mi ha colpito, come se il mio contatto con la natura si sia modificato, si chiama adattamento e modellamento all'ambiente circostante!
Camminavo piano con il sole forte che sbatteva sulle palpebre, tutto intorno vibrava e il cielo blu schiacciava la profondità dell'orizzonte. Come in una cartolina cercavo di scorgere i volti sorridenti dei bambini e i loro palloncini svolazzare al vento, ma trovavo solo questo silenzio che pietrifica e ingigantisce questa città.
Mi distendo di fronte a un veliero con gli alberi in legno e osservo questo via e vai di gambe che confondono la mia attenzione.
Poi come se niente fosse riprendo il mio cammino verso mete, che sono puntini quasi insignificanti lungo tutto questo percorso di cui conosco la fine, la svolta, la curva rapida e a "radicchio", che ancora mi fa sorridere da sola quando mi accorgo a quale distanza dalla terra mi trovo.

Bella passeggita lungo il Ponte de la Mujer, costruito da Calatrava, molto molto cool..
Tutt'intorno cammina gente intenta a fare foto e a godersi il sole..
C'è anche una famiglia tutta in ghingheri che posa per un servizio foto sul galeone, tutti vestiti da festa tra pirati e bottiglie di rum..
Mangio e scappo, più in la verso il giradino giapponese e la natura botanica dentro alla città. Lungo il cammino che mi separa dal verde polmone incontro la Casa Rosada sede del governo buenosairense, sempre più turisti affollano la mia strada, mi fermo e cedo anche io alla tentazione del giapponese...scatto a tutto ciò che si muove, però quello che colpisce il mio occhio sono le scritte e gli striscioni di protesta che abbracciano le piazze e i luoghi di incontro.
La città si addormenta tardi, le luci si accendono, ancora cammino lungo queste strade che mi chiamano.
Ritorno a casa nel silenzio di un'esperienza solitaria, sono felice e so che posso andare molto lontano.



martedì 31 maggio 2011

Gocce di Pioggia

Sono chiusa nel mio uffcio super lusso a La Plata.
Palazzo in vetro alto 20 piani, ascensore a vista che butta direttamente sul bulevard di calle 13 e da qui a volte si possono vedere i manifestanti giù in basso, piccoli piccoli che incendiano i copertoni dei camion in strada, per protestare contro i tagli degli stipendi.
Sono giudici e avvocati, di etá differente, sono gli stessi che smessi gli abiti da rivoluzionari, si siedono e sbattono il martelletto in legno per dire chi puó e chi no.
La voce qui la alzano, molto.
Oppure sempre da questo finestrone posso vedere la circolazione impazzita e congestionata che strilla con clacson ma a volte si prende una pausa perchè qualcuno ci rimane sotto ad un auto pazza.
Nessuno rispetta i segnali, i rossi sono l'opzional preferito da eludere e la precedenza te la prendi a forza sgomitando in mezzo all'incrocio e c'è ancora chi mi dice: "Sapessi cos'è Buenos Aires, il lunedì alle 8"......
Fortunata me, penso...
Ma stai poco tranquilla anche qui, ieri hanno arrestato una banda di narcogirl, chiamata la banda del "narcocellulares"...bellissimo, ho ascoltato i dialoghi alla tv che le signorine piuttosto giovani intrattenevano al cellulare, mandando a cagare governo e istituzioni.
Le distinte imprenditrici facevano affari con il "paco", sostanza di scarto che si ottiene dalla lavorazione della cocaina, dicono che ti uccida e normalmente gli spacciatori la commercializzano perchè nel giro di qualche anno si trovano con tutti i clienti morti e quindi ci rimettono...sempre così dicono.....
Il quartiere dove le hanno arrestate si chiama Tigre e il sindaco ci ha fatto mettere le telecamere per beccare il giro d'affari, bestiale...
Se poi ci metti che la notizia fresca fresca di oggi è quella della maestra eroe messicana, che per mascherare i colpi di arma da fuoco dei cartelli della droga in strda, canta con i bambini di pochi anni una canzoncina che si chiama Gocce di Pioggia, ti accorgi che la violenza non finisce mai, che non ha una forma razionale e che mobilita tutta l'informazione nel mondo.
Violenza di ogni genere, politica ed istituzionale, di costume e spettacolo, non c'è un limite a tanta stupiditá.
Mi interrogo su una possibile risposta, sulla evidente saturazione di questa societá tanto inquinata, sulla fine che si sta generando intorno all'essere umano.
Intanto rimango incantata da una visione celestiale, dall'alto del sontuoso grattacielo, una corda calata e a spenzoloni, ondeggia nel vuoto rumore che viene dal basso...chi sarà, o cosa, penso......

Poi appare una figurina, due piedi e un imbrago, caschetto e occhiali da sole, faccia seria e professionale.
É lui l'angelo che ci salverá penso, lui che riuscirá con un colpo di spazzolone a ripulire questo vetro tanto annerito dalla contaminazione di smog e fumi, allora sì che riusciró a vedere meglio laggiú.
Allora potró vedere la cittá che vorrei, tutt'altra roba ragazzi

domenica 29 maggio 2011

Le Corbusier a La Plata...un giorno ve lo racconto

La Plata non sapeva chi fosse il fantastico architetto e urbanista, franco-svizzero le Corbusier.
Quando egli depose il seme dell'architettura moderna in Sud America, qui ancora era lo stile coloniale e art noveu a fare da padrone.
Qui nessuno apprezzò Le Corbisier e tutt'oggi pochissima gente lo conosce, ne parla, va a visitare l'edificio da lui costruito per il Dottore Curutchet, medico chirurgo a La Plata.
Prprio così, depose un seme e poi se ne andò.
Da li in poi, si cominciarono ad apprezzare in urbanistica e archiettura, gli edifici a pianta libera, la facciata libera, le finestre a nastro e la terrazza giardino, inventata appositamente per restituire all'uomo un contatto con la natura.
 La vita di le Corbusier fu molto stressante, ci racconta la guida all'entrata della casa museo, a 20 anni circa, iniziò a viaggiare in Francia e studiò con August Heber primo archietetto che utilizò il cemento armato.
Non desiderava che la gente lo riconoscesse e per questo coniò lo psueudonimo Le Corbusier. Nel 1929 fece il suo primo viaggio in Argentina, rimando meravigliato dalla Capitale Federale si fermò per circa 20 cercando di creare un piano urbano per la città.
Per frustrazione però non riesce a realizzare niente. Dopo circa 20 anni il Dott. Pedro Curutchet, inviò
a Le Corbusier una proposta per creare la sua abitazione e sala di degenza per pazienti, egli accettò accetando di porre la sua firma solo su questa casa, l'unica in tutta America Latina.


Da qui in poi ci vorrano cira sei anni per costruire l'abitazione-studio dal 1949 al 55, anni in cui la società argentina era fortemente conservatrice e poco comprese il genio dell'urbanista.
In una lettera a una certa Germanie Egli racconta con amorevole fermezza che desiera che l'architettura della casa rimanga pulita e non venga sporcata da oggetti arredi e sculture.
Ecco che comprendo che la scultura simile ad un nastro di carta sroltolata all'interno del giardino al pino terra non fu opera del celebre architetto, ma un abbellimento voluto dal Dottore.
Personalità controversa nel panorama dell'architettura moderma, Le Corbusier, arrivò in Argentina dopo un lungho periodo passato In Uruguay. Affacciandosi su un mondo cartolina, come quando si scosta la tenda di un teatro e si sbircia all'interno, egli comprese la profonda differenza tra questa terra e l'Europa, le sue radici, la mancanza di riferimenti e di tardizioni.
Tentò e riuscì nell'intento.

Grazie a Lui oggi, c'è un pezzo di storia anche qui, altrimenti tutto parlerebbe solo di un certo Martin Fierro, gaucho e forse fondatore della patria, di San Martin, altro tizio che scambio sempre per Napoleone e qualche altro rivoltoso che scacciò gli spagnoli creando l'Indipendenza in questa terra, molto differente e vasta, ricca di contraddizioni e molto conservatrice.
Vi lascio alle immagini.





Ogni istante vale la pena di essere vissuto in quanto unico e irripetibile, questi viaggi si devono compiere, fanno bene e insegnano, mitigano gli spiriti ribelli come il mio.

Hasta luego, suerte y ciao









giovedì 26 maggio 2011

Il mio Fashion Week in Buenos Aires

Buenos Aires é la metropoli, é la Capitale.
Arrivo con il sole e viaggiando comoda in auto con un passaggio di Carlos, scorrono veloci sotto i miei occhi, le strade e le auto impazzite nel traffico.
Per fortuna che oggi è sabato e non c'è tutto il caos tipico della settimana..
La mia destinazione è la Rural, una sorta di gigantesco padiglione fieristico dove da dieci anni si svolge, Puro Diseno, tutto quelo che è design, architettura,  moda, gioielleria, arte e arredo, viene raccolto in un unico e grande contenitore, 350 espositori sparsi su 12 mila metri di spazio, una gioia folle per i miei occhi.
Vado incontro ad un fine settimana di spese con il sorriso stampato e anche se faccio una coda di 45 minuti, sotto il sole, per fare un biglietto non mi intimorisce niente.